Ringrazio vivamente Rossana Calbi per la bella intervista che ha pubblicato sul MarteMagazine. Incontrata a Roma durante le mie estemporanee eliminatorie per il MarteLive 2008 è sicuramente la persona che ha più ha preso a cuore la mia arte in questa esperienza.
La mia arte oltre che per me è solo per persone del genere naturalmente...
Riporto di seguito l'intervista, che si può leggere anche qui:
"Dopo le finali del MArteLive 2008, sesto classificato nella sezione pittura, dopo un’estate dedicata ad Ar(T)cevia – International Art Festival dove ha realizzato un mosaico in dono alla città dei castelli Arcevia (AN) reincontriamo Orodè Deoro per trovare l’amalgama ai “pezzi” della sua arte.
Classe ’74, pugliese di nascita, Orodè è pittore, mosaicista e poeta. Tutto quello che ci colpisce è la sua volontà all’arte, la sua indissolubile scelta di muoversi in modo diverso e originale, però sempre discreto.
Da quando sei Orodè Deoro?
Dal 2003. Il mio vero nome è Oronzo De Cataldo. Ci ho giocato un po’, l’ho segmentato, sono partito dall’Oro, da qui Oro De Cataldo e quindi Orodè Deoro. Nella Casa Museo un terzo delle mie opere sono firmate Oro e due terzi Orodè.
Cos’è la Casa Museo?
La realizzazione di un sogno.
Ci spieghi meglio, per favore?
Ho deciso di fare l’artista, ma ho sempre avuto un rifiuto nei confronti dell’Accademia. Il mio sogno era quello della bottega rinascimentale. Un luogo dove potessi formarmi e vivere d’arte, ventiquattr’ore su ventiquattro. Avevo questo progetto dal 2000. L’ho cercato nel territorio dell’Umbria, ero andato a studiare filosofia a Perugia. Poi la mia ricerca si è spostata a Firenze, ma l’ho trovato nella mia terra: la Puglia.
Dei miei amici mi condussero nella campagna nei pressi di Guagnano, Lecce, dove viveva e vive un artista che non fa altro che ballare musica dance a tutto volume, Vincent Maria Brunetti. Ho vissuto con lui per un totale di due anni e mezzo, anche se per un periodo mi sono allontanato, per la difficile interazione tra noi due. Ma sono stato costretto a tornare, avevo bisogno di completare quello che avevo iniziato. Al mio ritorno abbiamo vissuto in silenzio, non ci scambiavamo neanche un saluto. Io avevo bisogno di un muro e lì potevo averlo. Se come uomo non lo apprezzo, come artista non posso non ammirarlo anche per questo potevo vivere con lui senza parlarci. Come artista e come individuo è un ribelle, dice di essere “l’uomo nuovo”. È un ribelle e io guardo ai ribelli con rispetto anche quando non condivido.
Perché proprio la scelta di fare mosaici?
Il mosaico viene chiamato “arte applicata”, non è un’espressione dispregiativa, per me tutte le arti sono applicate ma il tono che usano alcuni nel definirla tale è sprezzante, come se si parlasse di un’arte minore. Io penso a GaudÎŻ (architetto spagnolo, 1852 - 1926 n.d.r.) e ad Hundertwasser (pittore, architetto ed ecologista austriaco, 1928 - 2000; n.d.r.) alla loro ceramica artistica, alla loro rottura degli schemi.
Vorresti avere una struttura da trasformare come GaudÎŻ?
Sì, ma io potrei solo decorare, potrei arricchire pareti definite. Ho vissuto sei mesi a Barcellona, conosco e ammiro l’opera di GaudÎŻ. Però devo dire che cerco di più il bilanciamento dei materiali ispirandomi all’equilibrio di Hundertwasser.
Cerchi la regola e l’armonia, quindi. Come ti rapporti al barocco che trasuda dalla tua terra, la Puglia?
L’ho dentro e devo partire dal Barocco per forza. Cerco di utilizzare l’armonia per mediare e per questo devo fare spazio tra simboli e segni. Infatti nei miei lavori non ho spazi vuoti e devo ripulire dai simboli.
Dunque i tuoi mosaici nascono perché avevi bisogno di un muro e la tua arte nasce dalla tua necessità di uno spazio. Sei un autodidatta in senso assoluto?
Il giorno dopo che arrivai alla Casa Museo presi il mio primo muro e iniziai gli esperimenti con la malta, il cemento e l’acqua. Dovevo cominciare subito! Così è iniziato il primo mosaico.
Hai uno schema preciso nel tuo lavoro?
Cerco di non seguire schemi e seguo la scoperta, capisco solo dopo aver realizzato il lavoro ciò che dovevo compiere. Ho buttato opere che avevo realizzato, mi è capitato soprattutto per i dipinti.
Come mai meno per i tuoi mosaici?
Perché il mosaico prevede uno svolgimento lento e possono cambiare nel loro farsi. I mosaici contengono informazioni sui miei limiti e le mie crescite. Sono come pagine scritte.
Cosa usi nei tuoi mosaici?
Dipende. Nella Casa Museo si può trovare di tutto. Ho usato anche pietre trovate in campagna.
La mia attenzione al mosaico nasce dalla mia volontà di trovare l’arte nelle minuzie e dalla mia formazione letteraria. Amo molto il lirismo romantico. La lirica è una spremuta di cuore, poesia con pochi versi che sono frammenti e pezzi.
E se sentissi l’elegia dell’antica civiltà greca piuttosto che la poesia ottocentesca, in fondo sarebbe plausibile date le tue origini?
Sì, ma questo perché nelle mie terre sono passati tutti. Credo che la vita come l’arte sia la ricerca di armonia, ecco il mio legame con la classicità. La mia, però, è una necessità di armonia, un’armonia a cui devo tendere perché non la vedo intorno a me. Come essere umano e come uomo del sud sento l’Africa e anche l’Oriente.
Ricordi molto la figura dell’artista “centauro” anni ’70. Potresti un giorno fuggire per l’India?
Quando sento dire dell’India ne ho quasi paura, è una realtà troppo forte, che mi attrae molto. Sono umano però non cerco la fuga, anche se quella realtà ancora vive di Dio e non è priva di eroi.
L’arte è sempre stata rivolta a Dio. Se manca Dio c’è una grave mancanza nella creazione artistica. Il fatto non è crederci o meno. Nella civiltà occidentale manca Dio. Io, come artista posso solo ricercare la bellezza, che è la cosa che si avvicina di più alla divinità. Non è importante come tratti Dio, per esempio i Surrealisti ci scherzavano. Adesso io guardo la TV e mi rendo conto della Sua mancanza. Il ‘900 non ha Dio e l’uomo ne ha bisogno.
L’artista deve superare se stesso, è solo questo il suo lavoro e deve rendere onore con la sua arte, ecco perché Dio è tanto necessario per l’arte.
Ma prevedi la fine dell’arte?
Assolutamente no. Io credo che si debba trovare il valore artistico, ma l’arte non può morire. Credo che questa cosa non abbia un grammo di senso. So che adesso è difficile sognare, e l’artista deve essere un sognatore. L’arte esisterà fino a quando esisterà l’uomo, credo che l’ultimo uomo sulla terrà sarà un artista.
Adesso ho un mal di cuore grande, ma di questo sono certo.
Le tue parole sono sconfortate, lo sei come uomo o come artista?
No, so che fare arte comporta sacrificio. Quando vivevo nella Casa Museo dormivo in una camera umida di due metri per tre, con i materassi bagnati dall’umidità, ma non ho battuto ciglio. Le ceramiche dei mosaici che avevo prodotto e che rivestivano le pareti creavano condensa. L’acqua la raccoglievo con lo straccio. Ma queste sono trappole nella quali non voglio cadere.
Non cerco appoggio dalla società, so che l’arte mi impone questo cammino, se penso alla vita di Modigliani, la mia è quasi facile. C’è un libro molto interessante sulla vita di Van Gogh, ne consiglio vivamente la lettura (Antonin Artaud, Van Gogh il suicidato dalla società, Adelphi; n.d.r) in cui si parla di come la massa abbia bisogno di capri espiatori e gli artisti sono i soggetti migliori per sostenere questo ruolo, concordi?
(Domanda difficile, e poi l’intervista ha il nostro artista come protagonista, glissiamo e andiamo avanti n.d.r.)…I tuoi progetti?
Ho maggiore attenzione alla mia pittura, che al mosaico, adesso voglio concentrarmi su questo tipo di produzione. Sto facendo diverse proposte per trovare nuove collaborazioni e magari dei supporti e mi sto concentrando sui concorsi, che mi danno modo di presentarmi agli addetti ai lavori.
E allora buona fortuna, Orodè, aspettiamo di vedere altrove i tuoi “pezzi” d’arte.




(busto di Henry Miller)
A passeggio con Keybee a Roma, si va a visitare
E per finire, la ciliegina, quei tre scheletrucci non di nani ma di fanciulli Barberini che lo sconosciuto artista, forse francese, ha attaccato ai muri, per fare melassa di ossa sacre e profane, come se un dì, per qualche motivo, si facesse un candelabro utilizzando i miei stinchi e la schifosa mascella di uno dei nostri politici, che orrore!
L’oscuro artista, forse rubando l’idea a dei murales scultorei maya, voleva ricordarci che quello che noi siamo ora, lo erano le ossa un giorno e che noi stessi un giorno saremo un mucchio d’ossa… di non legarci così all’aspetto materiale della vita, di non legarci al corpo perché saremo costretti ad abbandonarlo. Il corpo, questa cosa che ci porta e che si taglia, si schiaccia, invecchia, batte a macchina, va in macchina a trovare l’amica che compie gli anni, che porta gli occhi a vedere e a guardare la penna, lo schermo, i disegni che faccio, questo tempo cioè in cui mi volto indietro e in avanti:

P.S. Tra i difetti che ho, non aver ancora assaggiato la morte!
Orodè
(Sbarazzina. Tecnica mista su carta. cm 30x40. 2005)




Keybee ha trovato on-line questa bella foto di me durante Notte d'Arte a Sava, nel giugno scorso. Non conosco personalmente l'autore ma linko il suo Flickr perché mi piacciono le sue foto. Il titolo di questo post è il nome che Zunardu ha dato a questa foto: una definizione simbolica...